ADDIO A KARL LAGERFELD, LA MODA PIANGE IL SUO ANDY WARHOL

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“Se volete essere politically correct siatelo pure, ma per favore non provate a coinvolgere gli altri nella vostra discussione, perché sarebbe la fine di tutto. Volete essere noiosi? Basta essere politically correct”.

 karl lagerfeld

Ironico, irriverente, controcorrente e soprattutto geniale. Se c’è una cosa che Karl Lagerfeld non ha mai cercato di fare è stato cercare di accaparrarsi la benevolenza del pubblico: lui è sempre andato avanti per la sua strada, a prescindere da successi (molti) e polemiche (pure).

 

Karl Lagerfeld, il leggendario stilista, fotografo, illustratore, artista, designer, icona pop e superstar della moda si è spento all’età di 85 anni, (ne siamo sicuri?) visto il suo gioco a barare spesso con gli anni.

 

Riconosciuto da molti come un uomo rinascimentale, poliedrico, mercuriale e con mille capacità diverse, un genio, un punk soprannominato Kaiser Karl per l’imponenza della sua figura nel panorama stilistico, rappresenta una figura unica, di quelle che gli americani definiscono “larger than life”, che valica i limiti del suo lavoro.

 

Un curriculum da primo della classe, si, ma sempre come outsider: a 14 anni va a Parigi a studiare arte e disegno, perché il talento è eclatante. Parla diverse lingue, si fa subito notare, nel 1954 vince il neonato Woolmark Prize, antesignano dei premi di moda tanto in voga oggi: a dargli la vittoria il bozzetto di un cappotto, mentre l’altro talento emergente con cui si deve spartire il titolo, Yves Saint Laurent, ha creato un abito da sera.

 

Nel ’65 inizia la sua collaborazione con Fendi, dove firma un contratto a vita (lo stesso accordo che sottoscriverà anni dopo da Chanel). Con le sorelle Fendi diventa un amico di famiglia, le sarte degli atelier romani lo conoscono e lo adorano, lui lavora instancabilmente su sempre più progetti: nel 1974 fonda anche il brand che porta il suo nome, e che a fortune alterne funziona ancora oggi.

 

Nel 1983 le cose cambiano, ancora una volta. A dieci anni dalla morte di Coco gli viene chiesto di prendere in mano la maison Chanel e di riportalra di nuovo “in voga”. Con lui Chanel torna a essere uno dei punto di riferimento dello stile, uno status symbol, qualcosa da esibire tanto per le gran dame quanto per le star e le it-girl della nuova generazione.

 

Assieme alla grandezza del marchio anche la fama di Lagerfeld cresce di pari passo: da fotografo realizza le campagne stampa di Fendi e Chanel, segue una serie di progetti “collaterali”, dall’editoria di moda (ultimo in ordine di tempo il numero di dicembre di Vogue Paris) al design di arredi, passando per la Steidl, casa editrice in cui detiene una partecipazione, al Calendario Pirelli, fino (persino) ai gadget e ai gelati.

 

Quando si tratta di dare il suo parere, non si tira mai indietro, e i risultati spesso sono piuttosto controversi: per spiegare le ragioni della magrezza delle sue modelle afferma che a nessuno piace osservare delle donne giunoniche, descrive Adele un po’ troppo grassa (salvo poi scusarsi precipitosamente con lei), indica nei pantaloni delle tute il segno del cedimento finale, ammette di vestirsi come se fosse un personaggio in maschera per proteggersi dagli estranei, di odiare le conversazioni “intellettuali” perché l’unico parere che gli interessa è il suo, stigmatizza chi protesta contro le pellicce definendo l’argomento infantile per  una società in cui si mangia carne e ci si veste di pelle.

 

 

Non teme nemmano di diventare icona pop: è a lui che H&M affida la prima collezione creata da un grande designer nel 2004.

 

A questo punto resta da capire chi prenderà il suo posto. Se ne è andato un mito, un Andy Warhol dell’alta moda, chi colmerà questo vuoto?

 

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