Tutto svanisce a mezzanotte, tranne le scarpe di Cenerentola

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J. Roberts e R. Gere in “Pretty Woman”

«Che cosa vuoi, Vivian?», chiede Richard Gere nei panni di un affascinante avvocato di successo a una Julia Roberts alle prese con la più celebre delle parti che abbia recitato in vita sua. «Voglio la favola», risponde lei, lasciando impietrito lui e tutte le donne (ma anche gli uomini) sedute sul divano con la busta di pop corn appoggiata sulle gambe incrociate e con i lucciconi agli occhi. Una pretesa eccessiva? Probabilmente no. Sicuramente inverosimile, lontana dalla quotidianità che siamo abituati a vivere, ma no, non si tratta di una pretesa eccessiva. A ben vedere, Vivan Ward ha ragione e quello che fa male a tutti coloro che riguardano compulsivamente “Pretty Woman” ogni qualvolta lo diano in televisione è che lo sanno. Il leitmotiv della vita di molte persone, probabilmente, nella fattispecie, per lo più donne, è racchiuso nel sospiro, apparentemente frivolo, che scaturisce dal triste connubio fra la voglia di avere la favola e la consapevolezza del fatto che le fiabe non esistano, che siano storie belle ma inadatte a essere catapultate nel mondo della realtà. Questo alone di malinconia tipico di chi respinge la favola come ambizione eccessiva ma continua, però, a desiderarla (forse perché siamo, per natura, portati a desiderare davvero solo ciò che è tanto lontano da noi) avvolge anche la trama di un film leggero come Pretty Woman. Quando Vivian e la sua amica cercano di trovare l’esempio di una donna cui le cose siano andate davvero bene nella vita, l’unica persona che gli viene in mente è “quella gran culo di Cenerentola”. Cenerentola rappresenta, anche nelle trame più fiabesche dei film più inverosimili, l’emblema della favola, di ciò che è lontano dal contesto quotidiano di ognuno di noi ma non dalla realtà interiore con cui conviviamo. Al centro della storia di Cenerentola, nemmeno a dirlo, c’è un bel paio di scarpe, ma andiamo con ordine. Cenerentola è la storia atroce dell’invidia di una vecchia ricca e arcigna nei confronti di una fanciulla bella, intelligente e buona di cuore.

Dal film d'animazione Disney "Cenerentola"
Dal film d’animazione Disney “Cenerentola”

La colpa di Cenerentola è una: essere tutto ciò che le figlie, sgraziate, brutte e malvagie, della matrigna non sono. La volontà di Cenerentola di sfuggire alla propria condizione di schiavitù è figlia del proprio bisogno d’essere amata: appena giunge alle sue orecchie la voce relativa al fatto che il principe del reame in cui vive abbia organizzato un ballo per trovare la propria futura sposa, lei fa di tutto per poter essere inserita almeno fra le ragazze fra cui il principe dovrà scegliere. Se analizzassimo, anche solo superficialmente, il desiderio d’essere amati con cui tutti, nessuno escluso, nasciamo, ci rederemmo conto che coincide con un naturale bisogno di essere unici per qualcun altro. Ognuno di noi, intendiamoci, è unico nel bene e nel male: “sei unico, esattamente come tutti gli altri”, diceva qualcuno. Però, ammettiamolo: ci sono cose che sono più uniche di altre, perché la loro specialità deriva dal fatto che non siano equivocabili, scambiabili, confondibili. Ciò che è unico, dunque, lo è in virtù del fatto che non sia possibile confonderlo, a seguito di adeguata prova empirica, con altre cose? All’incirca è così. Grazie alla magia la giovane, piena del proprio bisogno di amore e dunque della propria voglia di avere conferma della sua unicità, riceve un abito stupendo, un mezzo di trasporto, delle persone in grado di aiutarla e delle meravigliose scarpette di cristallo. La magia non è destinata a durare se non per qualche ora, avverte la fata madrina, ma a Cenerentola non importa, perché ciò che conta è che possa avere la possibilità di essere unica come le altre, magari un po’ più di loro, almeno per qualche momento. A mezzanotte l’incanto svanisce: la carrozza torna a essere una zucca, il vestito scompare e Cenerentola perde le sembianze della principessa, non prima di aver conquistato il cuore del principe. Mentre scappa da quest’ultimo, Cenerentola perde una delle sue scarpette.
Mentre lasciava nei pressi del castello del suo amato la propria calzatura, probabilmente a Cenerentola non dispiaceva affatto: sapeva che sarebbe svanita come tutto il resto, come la sua carrozza, i suoi valletti, il suo vestito. E invece no: mentre gli abiti della giovane tornano a essere degli anonimi stracci sporchi di cenere, mentre scompare ogni traccia di incantesimo, le scarpe di Cenerentola non vengono schiacciate dal peso della realtà: la magia si impone sul mondo fenomenico. Proprio grazie alle proprie scarpette di cristallo Cenerentola riesce a ritrovare l’amore perduto, a emanciparsi da una situazione di schiavitù e a conquistare la vita che, fino ad allora, aveva visto solo in quei sogni che, secondo la celebre canzone Disney, “son desideri di felicità”.

Le "Cinderella Shoes" di Jimmy Choo
Le “Cinderella Shoes” di Jimmy Choo

La domanda che dovremmo porci, di fronte alla bella favola di Cenerentola, è la seguente: perché proprio le scarpe? Perché non un diadema, la carrozza, il vestito o qualunque altro oggetto nato dal potere della fata madrina? La risposta è racchiusa sempre nel bisogno di unicità che rende legittimo il desiderio di chiunque voglia la favola, di tutti coloro che pensano che i lieti fini non siano solo roba per “quella gran culo di Cenerentola”. Se quest’ultima ce l’ha fatta è perché la sua voglia di essere unica era più potente delle catene che la tenevano ancorata a una vita infima, perché il suo desiderio di essere speciale andava oltre l’evidenza del fatto che la “specialità” è una prerogativa che ognuno di noi condivide col resto del mondo.

I gioielli, gli abiti, i mezzi di trasporto, qualunque altra cosa fosse sorta dalla magia della fata madrina, sarebbe stata portatrice di una “unicità generica” che avrebbe condannato Cenerentola a restare la “signorina nessuno” per sempre. Un bracciale può essere meraviglioso, unico, ma non sarà mai inconfondibilmente pensato per stare addosso a una persona sola. Chiunque può indossare il diadema di chiunque, dire che è il suo ed essere credibile; un abito, per quanto sia fatto su misura, può essere calzato con un po’ di fatica o con eccessiva facilità da molte donne e lo stesso vale, per le automobili, gli accessori e moltissimi altri oggetti di cui facciamo un uso quotidiano. Nessuno degli oggetti portati in essere dalla fata per Cenerentola poteva appellarsi alla propria unicità per restare al mondo, tranne quelle scarpe progettate appositamente per dei piedini piccolissimi, i più piccoli del reame. Sebbene siano molte le donne in grado di infilarsi nei vestiti di altre donne, magari ritirando la pancia o giungendo a compromessi con l’idea di stare più comode del dovuto, nessuna donna è capace di modificare volontariamente la forma e le dimensioni dei propri piedi, soprattutto se si tratta di renderli più piccoli di quanto non siano. Cenerentola ci insegna che la prospettiva dell’oblio può essere sconfitta solo dalla propria unicità: le scarpette di Cenerentola hanno reclamato il fatto di essere speciali, hanno rivendicato il proprio status e sono rimaste aggrappate a una realtà che non le aveva partorite e alla quale non appartenevano. La morale della favola, in questo caso, gioca a insegnarci a imporci sulla nostra vita, a puntare i piedi (nel vero senso dell’espressione) laddove la fiaba sembra non essere per noi, e a farlo, a maggior ragione, quando ai nostri piedi c’è qualcosa che lotta al nostro fianco. Tutto svanisce a mezzanotte, tranne le scarpe di Cenerentola, ovvero l’unica cosa che fosse in grado di insegnare al mondo quanto lei fosse diversa da tutti.

M.C.

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