Scarpe e emancipazione: imparare a ballare sui tacchi

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Oriana Fallaci
Oriana Fallaci

“C’è un detto in Cina”, scriveva più di cinquant’anni fa Oriana Fallaci nel libro Il sesso inutile: “un secchio di lacrime per un paio di piedi fasciati”. L’usanza orientale, ormai finalmente passata di moda, di fasciare i piedi delle bimbe per conformarli a una società che li voleva minuscoli per sempre, costituisce uno dei capitoli peggiori nella lunga storia della bellezza femminile. Si tratta, ovviamente, di una storia che non finirà mai di essere scritta e che si intreccia con la storia, anche quella in itinere, della lotta della donna per la propria emancipazione. Non è un caso il fatto che, fra i due generi, quello costretto a convivere con determinate esigenze estetiche sia lo stesso che, da sempre, deve lottare per non essere considerato inferiore. La parola “emancipazione” indica proprio la liberazione da una condizione di inferiorità, condizione che, dal momento che parlare di “inferiorità” non ha senso in alcun caso quando si parla di esseri umani, lascia intravedere un’evidenza poco felice: la donna ha l’incombenza dell’emancipazione non perché sia ontologicamente o, più banalmente, geneticamente inferiore, ma perché qualcuno ha fatto sì che risultasse e si percepisse tale. Le due lenti della bellezza e dell’inferiorità hanno, per secoli, permesso all’uomo, fautore della condizione in cui la donna ha a lungo vissuto, di inquadrare la donna secondo un punto di vista che esaltasse il proprio genere come “sesso forte”. Si tratta, a ben vedere, di due facce della stessa medaglia. La bellezza è stata, a lungo, l’arma attraverso la quale è stato impedito alla donna di stracciare l’etichetta di “inferiore” che le era stata imposta.

Un piede "fasciato"
Un piede “fasciato”

L’annosa storia della donna bella e inferiore è, se vogliamo, una storia “scritta (anche) coi piedi”. Torniamo alla triste vicenda delle donne cinesi. Una donna i cui piedi vengono fasciati per essere resi simili a fiori di loto, è una donna che viene intrappolata utilizzando una presunta idea di bellezza come scusa. La bellezza interviene per giustificare la riduzione di un essere umano a uno stato di inferiorità: una persona che viene privata della funzionalità di una propria parte anatomica è più facile da gestire e soggiogare. La domanda che viene spontaneo porsi, a tal proposito, è la seguente: perché proprio la bellezza? Perché la scusa che nel corso della storia l’uomo ha usato per calpestare le proprie madri, mogli e sorelle è sempre stata quella della bellezza? Probabilmente le cose sono andate così perché si è sempre pensato, non del tutto a torto, che le donne fossero sensibili alla propria beltà tanto quanto gli uomini e che, dunque, avrebbero accettato di miglior grado la violenza che una società maschilista imponeva loro se l’avessero intesa come finalizzata alla piacevolezza del proprio aspetto. Sono state molte, nel corso della storia, le grandi donne che hanno rotto le barriere della gabbia di inferiorità e bellezza che le intrappolava; tuttavia sono state tante anche coloro che hanno pensato di affrontare diversamente il carcere metaforico che le imprigionava. Queste ultime sono coloro che hanno pensato di rendere la gabbia a propria misura, di trasformare la propria prigione in un luogo che non fosse per loro estraneo e inutilizzabile. Un simile atteggiamento non è, a ben vedere, remissivo, ma proficuo e lungimirante: è facile capire quanto possa essere inefficace la lotta di chi non conosce ciò che sta combattendo. Chi è costretto a portare il giogo sulle spalle può liberare se stesso, anche solo per un po’, dal peso scrollandoselo di dosso, ma per liberare un’intera categoria sociale da un simile male, non basta allontanarlo da sé. La chiave per rendere tramandabile, studiabile (e, dunque, utile) un atto di liberazione si trova nel processo attraverso il quale si impara a conoscere il proprio giogo. Conoscere il proprio giogo significa creare, per sé e per chi si trova nella propria stessa situazione, la possibilità di avvalersene al punto da farlo diventare non più strumento nelle mani dell’oppressore, ma arma a disposizione dell’oppresso. Fra le battaglie che il sesso femminile ha portato avanti per la propria emancipazione ce n’è, dunque, una sottile, difficile da indagare perché avvenuta in seno alla sede metaforica dell’oppressione maschile, che ha visto la donna vincere sul peso che le era stato imposto non togliendoselo di dosso, ma impugnandolo: la donna si è emancipata dalla propria inferiorità anche trasformando in arma ciò che la rendeva schiava.

Scarpe da punta
Scarpe da punta

Cosa c’entrano le scarpe in tutto questo? Vi porto un esempio: la danza classica. La differenza fondamentale che c’è fra i vari Baryšnikov e le varie Margot Fonteyn è nei loro piedi. Avete mai visto un ballerino indossare delle scarpe da punta? Sì, a volte lo fanno, magari in sala prove per esercitare il collo del piede, ma nessun ruolo maschile (a parte sporadiche eccezioni, poco note anche agli addetti ai lavori) è pensato per essere interpretato con delle scarpe da punta ai piedi. Tali scarpe, difficilissime da usare e dolorosissime, svelano una verità importante. La ballerina, magrissima al fine di poter sostenere il peso di se stessa e per non dover essere una presenza troppo gravosa per il ballerino che dovrà sollevarla, danza leggiadra sui suoi alluci e, nonostante non sia fisicamente in grado di alzarsi da terra tanto quanto il ballerino, sembra ugualmente spiccare il volo. Le diversità di genere, nella danza, sono declinate in una maniera sottile: l’uomo è quello che si dà un tono perché la natura l’ha reso muscoloso e dunque in grado di saltare più in alto, la donna è quella che sfida la natura e vola lo stesso, quella che è in grado di sopportare la grande sofferenza senza darlo a vedere, quella che salta e balla in equilibrio sui propri alluci. La storia delle scarpe ha reso la donna vittima di chi la voleva con dei piedi minuscoli, di chi ha voluto che danzasse con delle scarpette che le fanno sanguinare i piedi, di chi ha voluto che ci fosse uno stelo sottile a separare il suo tallone dal suolo. Si potrebbe, in questa sede, obiettare dicendo che fu Marie Taglioni, una donna, la prima a imporre delle scarpe da punta alla sua compagnia e che fu Caterina De’Medici, dunque sempre una donna, a desiderare, per prima, delle scarpe col tacco. Si tratterebbe, però, di obiezioni che non colgono il problema nella sua complessità, che immaginano il panorama delle decisioni che ogni individuo ha la possibilità di prendere come svincolato dal contesto sociale in cui tali decisioni vengono prese. Il fatto che una donna scelga di avere un determinato aspetto e che tutte le altre donne, dopo di lei, decidano di uniformarsi alla sua scelta, non va interpretato come un fenomeno innescato dalla prima persona che vi ha partecipato. Quando qualcosa coinvolge molte persone non si tratta quasi mai di un fenomeno individuale, bensì di un fenomeno di categoria, in questo caso di un fenomeno di genere. Quando è una donna a fare, inconsapevolmente, della propria volontà il veicolo di una decisione che una società machista ha preso per lei, significa che il contesto sociale sta svolgendo il lavoro che vuole svolgere, che l’idea dominante si sta imponendo come desidera. Guardando, ora, a quest’ “idea dominante”, se così vogliamo chiamarla, sembra quasi di individuare una volontà tutta infantile nel tentativo dell’uomo di affossare la donna per spiccare al suo posto.

Ginger Rogers
Ginger Rogers

Fa quasi tenerezza. Questi omaccioni li immagino tutti intenti a organizzare una gara di velocità; li immagino talmente bisognosi di vincere da fare le regole imponendo alle donne il décolleté tacco dodici e a se stessi le scarpe da ginnastica e pretendendo che sia evidente agli occhi di tutti l’equità del regolamento. Le norme della storia, senza troppe ironie, sono sempre state queste. L’evidenza è, però, la seguente: la donna è riuscita a vincere la gara di cui sopra anche indossando un tacco dodici contro un uomo in scarpe di gomma. “Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti”, diceva Ginger Rogers, biondissima danzatrice ricordata dalla storia per la meravigliosa coppia che costituiva insieme a Fred Astaire, bravo quanto lei ma decisamente più celebre. La vita di una donna, sul piano sociale, culturale, professionale, è sempre stata ed è ancora esattamente una danza all’indietro e sui tacchi alti insieme a uomini che fanno la stessa identica cosa, ma agevolati da calzature e movimenti più comodi. Il dato di fatto è che le donne riescono lo stesso a tenergli testa, che lo stiletto non è riuscito a rendere schiava la donna, ma è diventato arma nelle sue mani (o meglio, sui suoi piedi) in grado di renderla sensuale, emancipata, meravigliosa, senza limitare assolutamente il suo raggio d’azione. Date alla donna un giogo da portare, e la vedrete trasformare quel giogo in un bel paio di ali in grado di farla volare. È per questo motivo che sono grata, da donna, a coloro che hanno deciso e che decidono, ogni giorno, di affermare il rifiuto del ruolo di subordinazione che era ed è stato loro imposto rinunciando agli abiti e agli accessori storicamente legati al proprio sesso, ma sono riconoscente anche alle donne orgogliose di declinare la propria femminilità indossando vestiti e scarpe scomodi, a quelle che anziché bruciare il reggiseno in piazza e rinunciare al rossetto scarlatto decidono, per motivi che sarebbe sciocco ricondurre esclusivamente a ragioni frivole, di indossare scomode scarpe col tacco. Mi piace pensare che costoro abbiano deciso di organizzare la lotta al modello sociale ed estetico maschilista all’interno del modello stesso e non fuori di esso. La lotta fuori e quella dentro al modello sono lotte complementari: abbiamo avuto bisogno di entrambe e abbiamo ancora bisogno di entrambe; la grandezza della lotta interna al modello, quella delle donne che scelgono la scomodità che viene loro imposta, è nel risultato che ne deriva. La storia di queste donne ci insegna, infatti, che, a parità di difficoltà, una donna è in grado di essere molto più di un uomo. Non perché intrinsecamente superiore, sia chiaro, ma perché abituata a combattere contro un ambiente sociale che la relega a un ruolo di subordinazione, la donna ha imparato a fare le stesse cose che, storicamente, erano “da uomo” e ha imparato a farlo in una condizione di scomodità fisica, sociale e materiale che l’uomo non conoscerà mai. Le parole di Ginger Rogers, che ho riportato, sono ben lungi dal farsi esaurire esclusivamente dall’ambito della danza. Che non si parli di sesso debole, dunque: debole è il sesso che deve imporre il tacco alla femmina per renderla bella e inferiore, forte è il sesso che impara a ballarci su.

Martina Cesaretti

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